Skip to main content

Incontriamo Paolo Conti, giornalista e scrittore, dal 2024 nella giuria del Premio Letterario Castello.
Lei è una delle firme più autorevoli del «Corriere della Sera», giornalista e scrittore con una lunga esperienza nel giornalismo culturale e d’attualità, nel raccontare l’Italia e il suo patrimonio culturale. Che cosa l’ha spinta ad accettare il ruolo di giurato del Premio Letterario Castello?

Prima di tutto l’invito che mi ha generosamente rivolto il professor Alessandro Masi, eccellente operatore culturale e Segretario Generale della Società Dante Alighieri. E anche il desiderio di mettere la mia esperienza a disposizione di una manifestazione culturale legata a una terra che amo molto, l’Umbria. La lontananza dalle solite ribalte anche mondane della mia città, Roma, penso contribuisca a una riflessione più attenta e consapevole sulle opere che concorreranno al Premio.

Il Premio si distingue per l’attenzione alle opere inedite, spesso scritte da autori esordienti o poco conosciuti. Quanto è importante, secondo lei, dare voce alla scrittura inedita italiana?

È un’operazione essenziale. Il mondo degli inediti purtroppo paga lo scotto di una sovraproduzione dilagante. Spesso si dice, con una battuta, che in Italia i romanzieri sono più numerosi dei lettori. Però è vero anche che, per fare uno degli esempi più celebri della storia letteraria del secondo ’900, lo stesso Gattopardo di Tomasi di Lampedusa era l’inedito di un esordiente: notoriamente il libro, dopo la morte del suo autore, dovette subire un paio di rifiuti per essere poi pubblicato da Feltrinelli e diventare un grande best-seller. Quindi è bene navigare il mare degli inediti: qualche sorpresa arriva sempre.

Ogni anno arrivano al Premio centinaia di manoscritti. Quali sono, per lei, gli elementi che fanno davvero la differenza nella valutazione di un testo?

Certamente la qualità letteraria, quindi la scrittura. Direi anche la distanza dalla retorica, dalla presunzione, dai luoghi comuni, dalla mania dell’autobiografia, dal desiderio di imitare un archetipo di successo. Infine la storia narrata e la passione che può trasmettere.

Che cosa pensa dell’equilibrio tra qualità letteraria e messaggio umano o sociale in un’opera? Quanto pesa ciascuno di questi aspetti nel giudizio della giuria?
Direi cinquanta per cento in ciascuna parte.

Il Premio nasce in Umbria ma ha ormai una risonanza nazionale e internazionale. Qual è il valore di un’iniziativa del genere per la promozione culturale di un territorio?

Un valore enorme. Penso sempre al Festival di Spoleto: non sarebbe immaginabile in nessun’altra parte d’Italia, lì l’Umbria è il perno di uno straordinario successo internazionale.  Penso dunque che il Premio abbia un compito molto importante: trasmettere i valori culturali di una terra che sa parlare non solo all’Italia ma anche su una scena culturale cosmopolita.

Dall’osservatorio privilegiato della giuria, che impressione ha della narrativa contemporanea che arriva al Premio? Sta cambiando il modo in cui si scrive e si racconta? C’è, secondo lei, un filo rosso che unisce le voci contemporanee?

Difficile dirlo. Posso dire che, da cronista culturale, vedo sempre di più emergere la preoccupazione collettiva per un futuro incerto e minaccioso. Tema che si intravede, anche se non esplicito,  in moltissime opere che ho letto recentemente e che sto continuando a leggere. Succede anche con la saggistica.

In un’epoca di grande trasformazione culturale, che ruolo può ancora avere un Premio come questo, tra nuove tecnologie e vecchie urgenze narrative, nella valorizzazione della scrittura e del pensiero critico?

Un Premio deve sapersi prima di tutto confrontare con i Social Media per raggiungere le fasce di lettori più giovani, spesso lontani dalla lettura.  Molti grandi editori lo sanno e tentano questa strada, spesso con successo.

Se dovesse consigliare agli scrittori che parteciperanno al Premio Letterario Castello tre libri fondamentali, quali sceglierebbe?

Tre grandezze e tematiche diverse ma per me tutte significative. Anna Karenina di Tolstoj, La banalità del male di Hannah Arendt e Ferito a morte di Raffaele La Capria.

Cosa direbbe a chi oggi esita a scrivere o a partecipare a un concorso come il Premio Letterario? Qual è, secondo lei, il valore culturale e personale di una scelta come questa?

Il valore personale è il coraggio di mettersi in gioco e la capacità di affrontare il giudizio altrui con attenzione e anche umiltà. Il valore culturale dipende dall’opera, dal risultato.